Ci sono vicende che sembrano nascere dentro lo sport per poi finire lì. Ma quella che vogliamo raccontare comincia presto a raccontare molto di più. La storia di Antonio Piccolo e dell’ARCI Scampia è proprio una di queste storie. In questo caso, uno sport, anzi un giuoco e più precisamente il calcio non coincide semplicemente con allenamenti, partite, risultati o classifiche. Rappresenta piuttosto un presidio, un punto fermo, uno spazio ordinato dentro una realtà spesso segnata dalla complessità. Soprattutto, rappresenta un’opportunità concreta offerta a centinaia di ragazzi in un quartiere che, per troppo tempo, è stato descritto quasi soltanto attraverso le sue ferite.
È dentro questa prospettiva che la figura di Antonio Piccolo acquista un rilievo che supera, e di molto, quello pur significativo dell’allenatore o del dirigente sportivo. Il suo impegno si iscrive infatti in una dimensione educativa autentica, fatta di costanza, pazienza e lavoro quotidiano. Non di un’educazione dichiarata solo a parole, ma di una educazione esercitata nei fatti. Non affidata alla retorica, ma verificata ogni giorno nella continuità, nella vicinanza, nella capacità di farsi trovare presente nei momenti che contano. Ed è probabilmente proprio qui il cuore della sua esperienza: a Scampia, il mister Antonio Piccolo non si è limitato a dare vita a una scuola calcio, ma ha contribuito a radicare un vero presidio sociale.
La storia dell’ARCI Scampia, del resto, nasce in modo quasi emblematico. Siamo nel 1986, in un campetto abusivo del Rione Monterosa, con sette iscritti e un solo pallone. Già questa immagine, da sola, basterebbe a spiegare molto. Nessuna struttura d’élite, nessuna partenza comoda, nessun contesto favorevole. Solo un campo polveroso, una volontà ostinata e l’idea che anche da uno spazio marginale potesse nascere qualcosa di importante. Antonio Piccolo, insieme ad altri sei amici, decide di ripulire un luogo abbandonato e di trasformarlo in una scuola calcio. È un gesto semplice solo in apparenza. In realtà, in territori complessi, restituire funzione a uno spazio significa già produrre cultura, regole e possibilità.
Con il tempo quella intuizione cresce, si consolida, si struttura. Ma non senza ostacoli. Quando la prima esperienza deve lasciare spazio a nuovi alloggi per gli abitanti delle Vele, comincia una seconda battaglia: trovare una nuova sede e renderla praticabile. Il nuovo spazio si presenta in condizioni drammatiche, tra degrado e abbandono. Eppure anche lì, invece di fermarsi davanti all’evidenza del problema, mister Antonio sceglie di lavorare sulla soluzione. Cerca sostegni, intercetta energie, trova alleati, mette insieme risorse. È una dinamica che racconta bene come funzionano le esperienze serie nei contesti difficili: non si reggono sulla retorica della buona volontà, ma sulla capacità di costruire relazioni credibili e di far convergere attorno ad un progetto energie diverse.
Oggi l’ARCI Scampia è molto più di una realtà sportiva riconoscibile. È un luogo in cui si forma una comunità. Attorno ai campi si muovono bambini, adolescenti, famiglie, allenatori, dirigenti, volontari. E il dato forse più significativo è che molti di coloro che oggi educano, organizzano o allenano sono ex allievi. Questo passaggio vale più di tanti slogan, perché racconta una continuità rara: un’esperienza capace di lasciare tracce così profonde da trasformare chi ha ricevuto in qualcuno che, a sua volta, restituisce.
È qui che il calcio cambia significato. Diventa disciplina, linguaggio comune, strumento pedagogico. Insegna il rispetto delle regole, il senso del gruppo, il limite, la costanza. Insegna anche qualcosa che spesso si sottovaluta: la possibilità di immaginarsi diversi da come l’ambiente o i pregiudizi ti descrivono. In un quartiere troppo spesso ridotto a etichetta, ogni ragazzo che cresce in un contesto sano rappresenta anche una smentita concreta della narrazione tossica che ha accompagnato per anni il nome di Scampia.
I risultati sportivi, naturalmente, contano. Da questa esperienza sono usciti ragazzi arrivati fino alla serie A ed alla Nazionale. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Il valore più profondo dell’ARCI Scampia sta infatti in tutti quei percorsi che non finiscono sulle pagine sportive, ma nella vita reale: ragazzi diventati professionisti, laureati, genitori, adulti capaci di portare i propri figli nello stesso luogo che un tempo li aveva accolti. È in questa trasmissione silenziosa, ma potentissima, che si misura il successo di un progetto educativo.
C’è poi un altro aspetto decisivo, spesso meno raccontato ma fondamentale: nei territori fragili nessuna esperienza matura davvero da sola. La nascita della squadra di calcio femminile lo dimostra con chiarezza. La collaborazione tra Dream Team – Donne in rete, centro antiviolenza del quartiere di Scampia, e l’ARCI Scampia ha portato prima alla creazione della squadra di calcio femminile e poi allo sviluppo di un movimento di calcio al femminile oggi particolarmente attivo all’interno della scuola calcio. È un passaggio di grande valore, perché mostra che fare rete non sia un’opzione accessoria, ma una necessità strutturale. Quando sport, presidio sociale e tutela si incontrano, si aprono spazi nuovi, soprattutto per chi rischia più facilmente di restare ai margini.
Alla fine, la storia di Antonio Piccolo dice proprio questo: che il cambiamento non arriva quasi mai all’improvviso, né nasce da formule astratte. Arriva quando qualcuno resta, insiste, costruisce, educa. E quando il calcio viene usato per migliorare la realtà, allora un campo non è più solo un campo di calcio e diventa una scuola di vita.
| Redazione Una redazione tutta napoletana. La napoletanità è uno stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto: è essere “diversi” dagli altri, in tutto. Ecco noi ci sentiamo così! (Definizione liberamente tratta da uno scritto di: Valentino Di Giacomo napoletano, classe 1982). Leggi altri articoli dello stesso autore… |
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