C’è qualcosa di magico in certi ritorni. Non parlo di nostalgie sterili o di mode retrò, ma di quei ritorni che, quando accadono, sembrano sussurrare: “Non mi hai mai dimenticato”. A Napoli, città che più di ogni altra vive in equilibrio tra presente e mito, il ritorno della sorgente d’acqua ferrata del Chiatamone – la celebre suffregna – è uno di quei momenti. Dopo cinquant’anni di silenzio, la voce ferrosa e sulfurea di quest’acqua è tornata a farsi sentire, zampillando da un ventre di tufo sotto il Monte Echia. E non è solo una sorgente: è un pezzo di identità che riemerge.
Sommario
Quando l’acqua racconta la città.
Un ritorno inaspettato: la sorgente del Chiatamone
La notizia non è da prima pagina, ma ha il sapore delle cose che contano davvero. Per anni la si era creduta persa, cancellata da decenni di incuria e modernizzazione forzata. E invece no. A febbraio, nel cuore di Santa Lucia, l’acqua ha ripreso a scorrere. Silenziosa ma presente. A rimetterla in moto ci hanno pensato ABC – l’Azienda speciale dell’acqua pubblica del Comune di Napoli – insieme a un manipolo di comitati civici caparbi. Un’operazione tutt’altro che semplice, frutto di quattro anni di ricerche, confronti con la Sovrintendenza e lavoro sul campo.
Dall’oblio al recupero: la lunga battaglia per l’acqua ferrata
C’è voluta una determinazione fuori dal comune per riportare in vita una sorgente che la città aveva dimenticato. Parliamo di un’acqua di origine vulcanica, bicarbonato-alcalino-ferruginosa, che un tempo sgorgava libera e rinfrescante. Ma negli anni Settanta, col pretesto del colera, l’accesso fu interdetto. In realtà era in atto una più ampia privatizzazione dell’acqua, sotto l’egida di leggi post-unitarie che la trasformarono in risorsa economica da concedere. E così, ciò che era un bene comune venne sigillato, messo da parte.
Mummarelle, falde e memoria collettiva
Chi è cresciuto a Napoli ricorda le mummarelle, le tipiche anfore usate per raccogliere quest’acqua unica nel suo genere. A casa mia, da bambino, ricordo che se ne parlava quasi con riverenza. La suffregna era l’acqua “seria”, quella che si beveva per digerire, per rinfrancarsi. Adesso, con il progetto di recupero, quelle anfore tornano protagoniste. E non è solo una questione folkloristica: è il simbolo di una cultura materiale che rifiuta di morire.
La suffregna e le radici della cultura partenopea
L’acqua ferrata non è solo un fatto chimico o geologico. È parte di un immaginario condiviso, celebrato nelle cronache storiche, nei racconti popolari, persino sulle tavole reali di Carlo V. I napoletani l’amavano e la difendevano, tanto che nel 1731 una lapide incisa ordinava la libera fruizione della fonte a chiunque. Una sorta di Costituzione dell’acqua incisa nella pietra. Ed è proprio questa eredità culturale che oggi viene recuperata.
Tra storia e leggende: la voce del Monte Echia
Il Monte Echia è uno di quei luoghi in cui senti Napoli parlare. Qui si insediarono i primi coloni greci. Qui, tra grotte e costoni di tufo, scorrevano acque prodigiose. E non è solo retorica. Le caverne del Chiatamone, scavate nella roccia, raccontano una storia antichissima, pre-cristiana, pre-romana. Il nome stesso – platamón – evoca pietra e mare. La suffregna, in questo contesto, non è che un’eco liquida di quel passato.
Riconoscimenti e prospettive: il progetto Hydrosphera
Il progetto di rinascita non si limita a una semplice riattivazione idraulica. “Hydrosphera”, promosso da Lan – Laboratorio Architettura Nomade – in collaborazione con le associazioni locali, punta in alto: restituire la sorgente alla città come presidio attivo, vivo, comunitario. Non un museo dell’acqua, ma un luogo in cui l’identità si rinnova ogni giorno, una fonte condivisa dove cultura, ambiente e partecipazione s’intrecciano.
Dal popolo agli alberghi: l’appropriazione del bene comune
C’è stato un momento – cruciale e amaro – in cui la sorgente venne sottratta ai cittadini. Gli hotel lungo via Partenope ne sfruttavano l’acqua a fini termali, mentre i luciani venivano progressivamente allontanati. È una pagina poco nota ma fondamentale della storia di Napoli. Quella che oggi si vuole riscrivere, con un’operazione di restituzione, non di commemorazione.
L’acqua come diritto, non come concessione
L’acqua è un diritto. Semplice. Eppure, troppo spesso lo dimentichiamo. Il caso della suffregna è emblematico: una risorsa naturale, salutare, radicata nel territorio, sottratta e poi riacquisita. Il punto, però, non è solo riattivare un rubinetto. È riaffermare che certi beni non possono e non devono essere trattati come merce. Che esiste un legame profondo tra un territorio e le sue risorse, e che quel legame va tutelato.
Una visione condivisa: il futuro della sorgente
E ora? Ora serve visione. Serve immaginare un futuro in cui l’acqua del Chiatamone non sia solo un ricordo romantico, ma un elemento attivo della vita urbana. Serve coinvolgere le scuole, le associazioni, le istituzioni. Serve, soprattutto, che i cittadini tornino protagonisti. Perché una sorgente è viva solo se qualcuno la custodisce. E chi meglio degli abitanti stessi?
L’identità si rigenera goccia a goccia
Non servono grandi effetti speciali per ricostruire l’identità di un luogo. A volte basta un’anfora, una falda sotterranea, un sorso d’acqua dal sapore dimenticato. La suffregna non è solo un ritorno alla sorgente. È una lezione su cosa significa appartenenza, su come si costruisce la memoria collettiva. È Napoli che, ancora una volta, ci sorprende. Goccia dopo goccia.
| Redazione Una redazione tutta napoletana. La napoletanità è uno stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto: è essere “diversi” dagli altri, in tutto. Ecco noi ci sentiamo così! (Definizione liberamente tratta da uno scritto di: Valentino Di Giacomo napoletano, classe 1982). Leggi altri articoli dello stesso autore… |
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