Dalla lotta alle frodi di PayPal all’intelligence e alla guerra, Palantir dimostra quanto dati, intelligenza artificiale e potere siano ormai intrecciati.
Sommario
C’è una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata materia da romanzo di fantascienza. Cosa accade quando chi deve prendere una decisione dispone di sistemi capaci di collegare milioni di informazioni sparse, individuare relazioni invisibili all’occhio umano e trasformarle, quasi in tempo reale, in qualcosa su cui agire? La risposta porta inevitabilmente a Palantir Technologies.
A differenza di Google, Meta o Amazon, Palantir non appartiene alla nostra quotidianità in maniera evidente. Non abbiamo un’app Palantir sullo smartphone e non acquistiamo prodotti con quel marchio. Eppure il suo software opera in alcuni dei luoghi nei quali vengono prese decisioni estremamente importanti, dai servizi di intelligence agli eserciti, dagli ospedali alle grandi industrie.
Ma descrivere Palantir semplicemente come un’azienda che analizza dati sarebbe riduttivo. Per comprenderla bisogna parlare di tecnologia, guerra, sorveglianza e, soprattutto, potere.
La storia comincia prima della fondazione dell’azienda. Alla fine degli anni Novanta PayPal dovette affrontare un problema enorme, le frodi. I normali sistemi automatici non bastavano e gli ingegneri svilupparono un approccio nel quale software e analisti lavoravano insieme. La macchina individuava anomalie e relazioni sospette all’interno di milioni di transazioni, mentre all’essere umano rimaneva la valutazione finale.
Peter Thiel, cofondatore di PayPal, comprese che lo stesso principio poteva essere applicato a problemi ben più complessi. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 era infatti emersa una grave debolezza dell’apparato di sicurezza statunitense. Diverse agenzie disponevano di enormi quantità di informazioni, ma queste rimanevano spesso confinate all’interno di archivi e sistemi incapaci di comunicare efficacemente tra loro.
Palantir nacque nel 2003 intorno a un’intuizione apparentemente semplice: il problema non consisteva soltanto nel raccogliere informazioni, ma nel riuscire a collegarle.
Uno dei primi investitori fu In-Q-Tel, società di venture capital creata dalla CIA per avvicinare l’intelligence statunitense alle tecnologie sviluppate dal settore privato. Il rapporto con gli analisti consentì agli ingegneri di Palantir di sviluppare sul campo quella che sarebbe diventata Gotham, la prima grande piattaforma dell’azienda.
Persino il nome è significativo. Nell’universo di Tolkien i Palantíri sono pietre veggenti attraverso le quali è possibile osservare eventi lontani. Ma ciò che mostrano deve comunque essere interpretato. Una metafora sorprendentemente efficace per parlare dei dati.
Come funzionano Gotham, Foundry, Apollo e AIP
Il cuore della tecnologia Palantir non consiste semplicemente nell’accumulare informazioni. Consiste nel trasformarle in una rappresentazione utilizzabile della realtà.
Attraverso quella che l’azienda definisce Ontology, dati provenienti da sistemi differenti possono essere trasformati in oggetti, persone, veicoli, fabbriche, ordini, luoghi o eventi, collegandoli attraverso le relazioni esistenti tra loro. È la differenza tra possedere un enorme archivio e riuscire a capire cosa racconta.
Su questa filosofia Palantir ha costruito quattro piattaforme principali. Gotham nasce per intelligence e difesa e permette di integrare informazioni provenienti da fonti differenti costruendo un quadro operativo comune. Foundry applica un principio simile alle imprese, mettendo in comunicazione sistemi aziendali che spesso vivono in silos separati. Apollo gestisce invece la distribuzione e l’aggiornamento del software anche in ambienti complessi o isolati.
Poi c’è AIP, Artificial Intelligence Platform. Lanciata nel 2023, porta i Large Language Models all’interno dell’ecosistema Palantir, collegando intelligenza artificiale, dati, Ontology e processi operativi.
Ed è proprio questo passaggio a cambiare la prospettiva. L’IA non si limita più a rispondere a una domanda, ma può diventare parte del processo attraverso il quale un’organizzazione prende ed esegue decisioni.
Dalla guerra in Ucraina alla società civile
La guerra in Ucraina ha mostrato concretamente cosa significhi portare questa tecnologia sul campo di battaglia. Le piattaforme Palantir sono state utilizzate per integrare immagini satellitari, informazioni provenienti dai droni e altre fonti di intelligence, contribuendo ad abbreviare il tempo necessario per passare dall’individuazione di un potenziale obiettivo alla decisione operativa.
La guerra contemporanea, insomma, non si misura più soltanto nel numero di carri armati, missili o aerei disponibili. Conta anche la velocità con cui un’informazione può diventare un’azione. Ma quando strumenti del genere vengono trasferiti dal campo di battaglia alla società civile, le domande cambiano.
Negli Stati Uniti Palantir è stata al centro di controversie per l’utilizzo delle proprie tecnologie da parte di dipartimenti di polizia e dell’Immigration and Customs Enforcement (la famigerata ICE). Sistemi capaci di collegare persone, luoghi, veicoli, precedenti e relazioni possono rappresentare strumenti investigativi potentissimi, ma pongono inevitabilmente problemi riguardanti privacy, profilazione e possibili discriminazioni.
Qui emerge un punto che spesso viene trascurato. Un sistema può possedere sofisticati controlli degli accessi e registrare perfettamente chi abbia consultato una determinata informazione. Questo, però, non stabilisce automaticamente se quell’utilizzo fosse legittimo.
La sicurezza informatica può rispondere alla domanda «chi ha avuto accesso al dato?». La democrazia deve rispondere a quella molto più difficile: «perché dovrebbe poterlo fare?».
Alex Karp e l’idea della Repubblica Tecnologica
È in questo scenario che assume particolare importanza The Technological Republic, pubblicato nel 2025 da Alex Karp e Nicholas Zamiska.
Il libro non parla semplicemente di intelligenza artificiale. Propone una riflessione sul rapporto tra industria tecnologica, Stato e potere occidentale.
Secondo gli autori, una parte consistente della Silicon Valley avrebbe progressivamente abbandonato le grandi ambizioni tecnologiche per concentrare capitale e talenti su pubblicità, applicazioni consumer ed engagement. Karp e Zamiska propongono invece di ricostruire una collaborazione molto più stretta tra tecnologia e istituzioni pubbliche, soprattutto nei settori della difesa e delle infrastrutture strategiche.
Nel manifesto collegato a questa visione emerge inoltre una forte rivalutazione dell’hard power e della capacità tecnologica come elemento della deterrenza contemporanea. La questione, a questo punto, diventa molto, ma molto più ampia di Palantir.
Chi controlla colui che controlla i dati?
Una democrazia è, per sua natura, piena di attriti. Ha parlamenti, tribunali, opposizioni, autorità indipendenti, ricorsi, controlli e procedure che possono apparire esasperatamente lente.
Alcune inefficienze possono certamente essere eliminate. Altre esistono perché abbiamo deciso che esercitare il potere debba essere più difficile che eseguire una funzione all’interno di un software.
Ed è probabilmente questo il vero punto della questione.
Un algoritmo può analizzare milioni di variabili e proporre una decisione in pochi secondi. La velocità della risposta, però, non ci dice nulla sulla legittimità della domanda.
Il futuro non dipenderà soltanto dalla potenza di Palantir o delle intelligenze artificiali che costruiremo, ma dalla capacità delle nostre istituzioni di stabilire chi possa utilizzarle, con quali dati, per quali finalità e sotto quali controlli.
Perché il problema, in fondo, non è mai stato soltanto quanto lontano possa vedere un Palantír, il problema è chi lo detiene.
| Redazione Una redazione tutta napoletana. La napoletanità è uno stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto: è essere “diversi” dagli altri, in tutto. Ecco noi ci sentiamo così! (Definizione liberamente tratta da uno scritto di: Valentino Di Giacomo napoletano, classe 1982). Leggi altri articoli dello stesso autore… |
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