Sommario
Le standing desk promettono un modo più salutare di lavorare, ma il vero vantaggio non è stare sempre in piedi. È tornare a cambiare posizione.
Per molti di noi la giornata comincia seduti e, a pensarci bene, continua nello stesso modo anche quando il lavoro è finito. Ci sediamo a colazione, in automobile o sui mezzi pubblici, davanti al computer, durante una riunione, a pranzo e nuovamente alla scrivania. Poi torniamo a casa e magari concludiamo la giornata sul divano. Insomma, ci muoviamo per andare da una sedia all’altra.
Non c’è quindi da stupirsi se negli ultimi anni le standing desk, le scrivanie regolabili che consentono di lavorare in piedi, abbiano conquistato uffici e postazioni domestiche. Ma fanno davvero bene alla schiena? Dovremmo abbandonare la sedia? La risposta è meno scontata di quanto sembri.
Il vero obiettivo non è sostituire otto ore seduti con otto ore in piedi. Significherebbe semplicemente passare da una postura statica a un’altra. Quello che dobbiamo recuperare è il movimento.
Sedentarietà, il problema è quanto tempo restiamo immobili
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce comportamento sedentario il tempo trascorso da svegli con un basso dispendio energetico, per esempio stando seduti o sdraiati. Quantità elevate di sedentarietà sono associate negli adulti a un maggiore rischio di mortalità per tutte le cause, malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2.
Per questo l’OMS raccomanda non soltanto di svolgere regolarmente attività fisica, ma anche di limitare il tempo sedentario sostituendone una parte con attività di qualsiasi intensità, compresa quella leggera.
Qui bisogna chiarire un equivoco piuttosto comune. Fare sport e interrompere la sedentarietà sono due cose differenti e complementari. Possiamo andare in palestra tre volte alla settimana e trascorrere comunque gran parte delle nostre giornate immobili davanti a uno schermo.
Ecco perché la celebre espressione «stare seduti è il nuovo fumare», pur essendo comunicativamente efficace, semplifica troppo il problema. Il fumo e la sedentarietà sono esposizioni profondamente differenti. Molto più utile è capire cosa accade quando costringiamo il corpo a mantenere per ore la stessa posizione.
Sedersi non è il problema, farlo male e troppo a lungo sì
La sedia non è il nemico. Il problema nasce dalla combinazione tra immobilità prolungata e postazioni organizzate male. Pensiamo a una situazione abbastanza comune: monitor troppo basso, portatile appoggiato direttamente sulla scrivania, tastiera distante e mouse ancora più lontano.
Dopo qualche minuto ci spostiamo in avanti. La testa segue lo sguardo, le spalle tendono a chiudersi e la posizione del tronco cambia.
All’inizio probabilmente non avvertiremo nulla. Dopo ore, però, collo, spalle e schiena possono cominciare a presentare il conto.
L’OSHA, l’agenzia statunitense per la sicurezza e la salute sul lavoro, indica proprio le posture incongrue e una cattiva disposizione degli strumenti tra i fattori capaci di aumentare affaticamento e stress muscolo-scheletrico.
Ma c’è un’altra considerazione ancora più interessante. Siamo abituati a cercare la «postura corretta», quasi esistesse una configurazione perfetta nella quale sistemare il corpo alle nove del mattino per lasciarlo lì fino alle cinque del pomeriggio. Non funziona esattamente così.
Anche una buona postura può diventare scomoda quando viene mantenuta troppo a lungo. È quindi più utile ragionare in termini di variabilità posturale: sedersi, alzarsi, camminare, cambiare appoggio e poi tornare a sedersi.
Lavorare in piedi fa davvero meglio?
Una scrivania sit stand può essere molto utile perché consente di interrompere facilmente il tempo trascorso seduti. Le revisioni della letteratura scientifica mostrano infatti che queste postazioni riescono a ridurre il comportamento sedentario durante l’orario lavorativo.
Questo non trasforma però il lavoro in piedi in una terapia. Anche rimanere immobili in posizione eretta per molte ore può provocare affaticamento, fastidio lombare e disturbi agli arti inferiori. Il NIOSH statunitense, analizzando gli effetti della posizione eretta prolungata, indica proprio il movimento dinamico tra le strategie più interessanti per contrastarne gli effetti negativi.
Il punto, allora, è piuttosto chiaro. Non dobbiamo scegliere tra sedia e standing desk come se una fosse buona e l’altra cattiva. Dobbiamo usare entrambe per evitare di rimanere troppo a lungo fermi.
Come organizzare una postazione di lavoro dinamica
Una scrivania regolabile utilizzata con monitor, tastiera e mouse sistemati male risolve ben poco. La workstation deve adattarsi alla persona, non il contrario.
Quando lavoriamo in piedi, il piano dovrebbe permetterci di mantenere spalle rilassate, gomiti vicini al corpo e avambracci in una posizione confortevole. Per tastiera e mouse, l’altezza dei gomiti rappresenta un buon riferimento pratico.
Il monitor dovrebbe trovarsi davanti all’utilizzatore, con la parte superiore dello schermo approssimativamente all’altezza degli occhi o leggermente più in basso. La distanza deve consentire di leggere comodamente senza proiettare continuamente la testa verso il display.
Particolare attenzione merita il laptop. Tastiera e monitor sono collegati, quindi è praticamente impossibile posizionarli entrambi in maniera ottimale durante un utilizzo prolungato. Una soluzione semplice consiste nel rialzare il portatile e collegare tastiera e mouse esterni, oppure utilizzare un monitor separato.
Anche i polsi meritano attenzione. Dovrebbero mantenere una posizione sostanzialmente neutra, evitando pressioni continue contro il bordo della scrivania. Il mouse, inoltre, deve essere abbastanza vicino da non costringerci ad allungare ripetutamente il braccio.
Quanto tempo stare seduti e quanto in piedi
Non esiste una proporzione universale valida per tutti. Età, condizioni fisiche, tipo di lavoro e abitudine alla posizione eretta modificano considerevolmente la tolleranza individuale.
Le ricerche sulle cosiddette sedentary breaks suggeriscono comunque l’utilità di interrompere frequentemente periodi prolungati di seduta. Non significa organizzare una sessione di ginnastica ogni mezz’ora. Alzarsi per prendere dell’acqua, raggiungere un collega invece di telefonargli, camminare durante una chiamata o semplicemente cambiare posizione sono già occasioni di movimento.
Se abbiamo trascorso anni lavorando otto ore seduti, inoltre, non avrebbe molto senso inaugurare una nuova standing desk rimanendo improvvisamente quattro ore consecutive in piedi. Meglio cominciare con periodi brevi e aumentarli gradualmente, secondo il proprio comfort.
La standing desk è uno strumento, non una cura
Ecco, questo vale la pena ricordarlo perché intorno alle scrivanie regolabili si è costruita, negli anni, una narrativa a volte eccessivamente entusiastica. Lavorare in piedi non cura automaticamente la cervicale, non elimina il mal di schiena e non trasforma una giornata sedentaria in una giornata fisicamente attiva. Una standing desk offre qualcosa di molto più semplice e, probabilmente, più utile: la possibilità di cambiare facilmente posizione.
Possiamo iniziare la mattina seduti, alzarci durante una telefonata, continuare per qualche tempo in piedi, sederci nuovamente per un’attività che richiede concentrazione e fare qualche passo durante una pausa. Niente rituali complicati. Nessuna guerra contro la sedia.
Dopo aver parlato di monitor, gomiti, tastiere, scrivanie elettriche ed ergonomia, infatti, rischiamo quasi di dimenticare la questione fondamentale. Il nostro corpo ha bisogno di muoversi. Non dobbiamo trovare la posizione perfetta nella quale lavorare otto ore. Dobbiamo smettere di lavorare otto ore nella stessa posizione. Ed è una differenza molto più importante di quanto possa sembrare.
| Redazione Una redazione tutta napoletana. La napoletanità è uno stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto: è essere “diversi” dagli altri, in tutto. Ecco noi ci sentiamo così! (Definizione liberamente tratta da uno scritto di: Valentino Di Giacomo napoletano, classe 1982). Leggi altri articoli dello stesso autore… |
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