Ci sono libri che ti sorprendono appena giri la prima pagina. E altri che, mentre ti fanno sorridere, riescono quasi di nascosto a metterti davanti a domande che non ti eri mai posto. “Parola di Giobbe” di Giobbe Covatta appartiene a questa seconda categoria: un testo che si presenta come parodia biblica ma finisce per lavorare su livelli molto più profondi, quasi come quei contenuti evergreen che continui a linkare perché sono sempre pertinenti.
Sommario
La sua forza non sta solo nella comicità, ma nel modo in cui smonta le narrazioni, evidenzia le crepe, apre spiragli o sbircia dal buco della serratura. Lo fa con l’ironia di chi non vuole distruggere nulla, ma semplicemente spingerti a osservare meglio. E già questo lo rende un libro da rileggere ogni tot anni, come si fa con i grandi capolavori che hanno formato la nostra gioventù.
Un universo narrativo ribaltato con metodo
La struttura del libro segue quella delle Sacre Scritture, dalla Genesi fino alla vita di Gesù, ma Giobbe Covatta la reinterpreta come un artigiano che prende pezzi antichi e li rilavora per restituirgli nuova vita.
Non si limita a riscrivere: interroga, provoca, semplifica e complica al tempo stesso. L’esempio più emblematico è la questione di Caino e Abele e dell’impossibilità che due maschi possano popolare il mondo. Una domanda seria, resa comica, ma che resta lì a farti pensare ben oltre la battuta.
Questa capacità di Covatta di trasformare incongruenze bibliche in nodi narrativi è una delle sue migliori “tecniche”: prende ciò che di solito si accetta per tradizione e lo rende un terreno fertile per un’analisi critica.
Personaggi sacri, ma sorprendentemente umani
Una delle scelte più efficaci del libro è l’umanizzazione dei personaggi. Non nel senso di banalizzarli, anzi: Covatta li porta più vicini al lettore moderno, rendendoli più aderenti alle logiche quotidiane.
Caino e Abele diventano due figure attraverso cui problematizzare la genealogia biblica. Gesù viene raccontato nei suoi “anni mancanti”, quelli non documentati nei Vangeli, e la cosa, oltre ad essere divertente, permette di immaginare un lato più umano di una figura spesso idealizzata. Abramo, Noè e Mosè assumono tratti quasi contemporanei: tra problemi logistici, dubbi, compromessi e momenti di esitazione.
Tutti sono personaggi che, nella riscrittura di Covatta, sembrano conservare il loro ruolo simbolico senza perdere il contatto con la realtà concreta. Questa scelta narrativa non è solo funzionale all’umorismo ma è un modo per far emergere la complessità della condizione umana, che spesso viene semplificata nelle narrazioni tradizionali.
Uno stile che miscela comicità e critica con naturalezza
Il linguaggio di Giobbe Covatta è accessibile, diretto, intriso di giochi di parole e di riferimenti culturali che parlano a lettori molto diversi. È un autore che riesce a rendere immediati argomenti che di solito vengono trattati con un tono quasi intimidatorio.
L’umorismo satirico, in particolare, è una vera e propria lente d’ingrandimento: mostra contraddizioni, evidenzia storture e apre domande senza mai scivolare nell’irriverenza gratuita. È un equilibrio complesso, ma l’autore lo mantiene come solo un equilibrista in bilico su di una fune può fare.
I dialoghi immaginati, a tratti teatrali, danno ritmo e profondità al testo. È una scelta stilistica che rende la lettura scorrevole, quasi orale, come se l’autore stesse raccontando le sue storie proprio lì, seduto al tavolo con te.
Temi profondi dietro una risata ben calibrata
La satira usata da Giobbe Covatta nel volume “Parola di Giobbe” è un invito a superare il pregiudizio secondo cui l’ironia banalizza. In questo libro accade l’opposto, infatti la risata diventa un grimaldello per aprire discussioni che raramente affrontiamo con leggerezza.
Tra i temi più ricorrenti:
– l’interrogarsi sulle incongruenze bibliche;
– il rapporto tra fede e ragione;
– la complessità dell’essere umano;
– l’importanza di non accettare in modo passivo ciò che viene raccontato come verità assoluta.
È un libro che stimola il pensiero critico senza pedanteria e lo fa con un equilibrio davvero raro.
A chi parla davvero questo libro
“Parola di Giobbe” è consigliato a chi ama l’umorismo intelligente, a chi apprezza la satira che non è fine a sé stessa, a chi vuole una chiave di lettura alternativa dei testi sacri e, più in generale, a chi non teme di mettere in discussione ciò che conosce.
Chi cerca una lettura fedele alla tradizione forse storcerà il naso, ma chi apprezza le reinterpretazioni fresche troverà un testo brillante, accessibile e sorprendentemente profondo.
Perché rileggere “Parola di Giobbe” dopo tanti anni dalla sua pubblicazione
Rileggere Covatta oggi significa accettare di confrontarsi con temi antichi usando strumenti ancora modernissimi: ironia, critica costruttiva, leggerezza. “Parola di Giobbe” è un libro che rimane nella testa perché riesce a rendere familiare ciò che di solito percepiamo come distante. E questo, in fondo, è uno dei meriti più grandi della buona satira: restituire allo sguardo comune ciò che era rimasto chiuso dentro le tradizioni.
| Redazione Una redazione tutta napoletana. La napoletanità è uno stato dell’anima, un modo di intendere la vita, di ricordare, di amare, un’attitudine allo stare al mondo in modo diverso dagli altri. La napoletanità non è un pregio e non è un difetto: è essere “diversi” dagli altri, in tutto. Ecco noi ci sentiamo così! (Definizione liberamente tratta da uno scritto di: Valentino Di Giacomo napoletano, classe 1982). Leggi altri articoli dello stesso autore… |
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